L’allenatore emotivo

Genitori_Figli

Come i genitori possono insegnare ai figli a gestire al meglio le proprie emozioni.

 

E’ sempre più difficile essere genitori oggi: le nuove realtà economiche impongono orari sempre più pressanti ai padri e alle madri, con la brutta conseguenza che i genitori hanno sempre meno tempo da dedicare ai loro figli. Questo si unisce al fatto che le famiglie vivono spesso in città lontane dagli altri parenti, dove i bambini sono costretti a stare in casa, trascorrendo tante ore davanti a un video e non fuori all’area aperta, a giocare con altri bambini.

Ma non è ancora tutto: quando si parla di ‘educare i figli’, siamo portati spesso a pensare ad insegnare loro le regole della buona educazione, ciò che è permesso e ciò che invece non è permesso; quello che in casa è tollerato e quello che invece è intollerabile. Del resto è questo quello che ci portiamo dietro dalle vecchie generazioni, per le quali i figli dovevano imparare a comportarsi bene e dove la parola dei piccoli non era certo presa molto in considerazione.

 

Finalmente le cose negli ultimi decenni sono cambiate: abbiamo capito l’importanza di ascoltare i bambini e di dare loro lo spazio di cui necessitano; ma soprattutto, grazie allo sviluppo della psicologia, abbiamo iniziato a comprendere l’importanza del mondo emotivo, delle emozioni. Del resto nell’uomo convivono ragione ed emozione: un connubio non sempre facile da gestire e da equilibrare, ma l’unico che, una volta trovato, ci rende pienamente felici. Ecco perché è importante fin da piccoli allenare i nostri figli al mondo delle emozioni, alla sfera emotiva, oltre che all’apprendimento delle regole sociali.

Il mio intento, in questo articolo, è dare ai genitori l’input necessario per avviare questo importante lavoro con i propri figli, rimandando chiaramente a letture più specifiche sull’argomento, in particolare al libro Intelligenza emotiva per un figlio di John Gottman. ‘La vita familiare’, scrive l’autore nel libro suddetto, ‘è la prima scuola nella quale apprendiamo insegnamenti riguardanti la vita emotiva… E’ nell’intimità familiare che impariamo come dobbiamo sentirci riguardo a noi stessi e quali saranno le reazioni degli altri ai nostri sentimenti; che cosa pensare su tali sentimenti e quali alternative abbiamo per reagire; come leggere ed esprimere speranze e paure. L’educazione emozionale opera non solo attraverso le parole e le azioni, ma anche attraverso i modelli che i genitori offrono ai figli, mostrando loro come agiscono i propri sentimenti e la propria relazione coniugale. Alcuni genitori sono insegnanti di talento, altri un vero disastro’.

 

Possiamo classificare i genitori che non riescono ad insegnare l’intelligenza emotiva ai loro figli in tre categorie:

  1. I genitori noncuranti, che sminuiscono, ignorano o sottovalutano le emozioni negative dei figli. L’esempio più chiaro è quello di una madre o di un padre che davanti ad una paura del bambino, ad esempio la paura del buio, rispondono con espressioni del tipo ‘Ma di cosa hai paura? Non devi avere paura, non c’è motivo di piangere…, smettila!’. Il messaggio indiretto che arriva al bambino, ma che lo segna decisamente nella strutturazione della sua personalità, è che il modo in cui lui sta affrontando quella specifica situazione, cioè la paura del buio, è sbagliato, che la sua valutazione è errata, ma soprattutto che non può fidarsi delle sue emozioni, del suo ‘cuore’.
  2. I genitori censori, che criticano le espressioni di sentimenti negativi e che possono arrivare a rimproverare o punire i figli per queste manifestazioni emotive. L’esempio è quello di un padre che di fronte ad una lamentela un po’ insistente di un figlio, perde le staffe e si arrabbia offendendo il bambino con espressioni del tipo ‘sei davvero insopportabile… fai così solo per attirare l’attenzione, se continui ne avrai di santa ragione… non hai capito chi comanda…’. Purtroppo reazioni così forti da parte dei genitori portano i figli a pensare che i loro sentimenti siano privi di validità e inadeguati, crescono convinti che dentro di loro ci sia qualcosa di strutturalmente sbagliato a causa dei sentimenti che provano. La loro autostima ne soffre, con la conseguenza che una volta più grandi avranno difficoltà ad imparare a regolare le loro emozioni e a risolvere i loro problemi; avranno senza dubbio anche più difficoltà rispetto agli altri a concentrarsi, ad apprendere e a trattare con i coetanei.
  3. I genitori lassisti, che accettano le emozioni dei figli e si dimostrano empatici, ma non riescono ad offrire loro una guida o a porre dei limiti al loro comportamento. L’esempio è quello di genitori che permettono ai figli di gridare e strillare quanto vogliono dando loro il permesso di esprimere la collera e la frustrazione che provano, convinti che i bambini, in nome dell’amore incondizionato, possano e debbano fare tutto quello che si sentono. L’effetto sui figli di questo approccio, così disponibile ma non allenante, non è troppo positivo perché, privi di una guida da parte degli adulti, questi ragazzi non imparano a regolare le proprie emozioni, difficilmente riescono a ritrovare la calma quando sono arrabbiati, tristi o agitati, e ciò rende difficile la concentrazione e l’apprendimento di nuove capacità.

Ma se questi sono i genitori incapaci di insegnare ai figli l’intelligenza emotiva, quali sono quelli che lo fanno, quelli che Gottman chiama ‘allenatori emotivi’?

Il genitore ‘allenatore’ è un genitore che funge da guida dei loro figli nel mondo delle emozioni. E’ un genitore che va oltre la semplice accettazione dell’emozione e pone dei limiti nei confronti dei comportamenti inaccettabili del figlio, insegnandogli come fare a regolare i sentimenti, trovando adeguate valvole di sfogo e risolvendo i problemi.

 

Prima di descrivere meglio i cinque passi dell’allenamento emotivo da parte del genitore secondo Gottman, devo fare un’importante premessa: il genitore allenatore, proprio come gli allenatori nell’atletica, insegnano ai figli delle strategie per affrontare gli alti e i bassi della vita: non si oppongono alle manifestazioni di collera, tristezza o paura dei loro figli, ma neppure le ignorano; al contrario accettano queste emozioni negative come un fatto della vita e addirittura le usano come un’importantissima opportunità per impartire ai figli delle vere e proprie lezioni di vita e per costruire un legame sempre più stretto con loro.

Il momento in cui un figlio è triste o arrabbiato è quello in cui ha più bisogno di noi: più di ogni altra occasione, il fatto di tranquillizzare i nostri figli quando sono impauriti o tristi o arrabbiati, ci fa sentire genitori, ci fa sentire mamme o papà. E’ proprio in quell’occasione che dobbiamo essere lì, per dire loro che va tutto bene, che sopravviverà a quel problema e che probabilmente ne avrà molti altri: ecco un’occasione davvero importante per migliorare il legame tra noi e i nostri figli.

 

L’allenamento emotivo che i genitori percorrono per costruire l’empatia con i loro figli, insegnando loro l’intelligenza emotiva e valorizzandola, consiste in cinque fasi:

  1. La prima è la fase del diventare consapevole dell’emozione del figlio: per fare questo il genitore deve essere lui il primo ad avere una autoconsapevolezza emotiva, cioè deve sapere di provare un’emozione ma soprattutto di quale emozione si tratta; deve, in altri termini, sapere che quello che sta provando è rabbia, tristezza, delusione. Senza questa autoconsapevolezza, non potrà essere in grado di essere consapevole di ciò che sta provando il figlio in quel momento.
  2. La seconda è la fase del riconoscere nell’emozione del figlio un’opportunità di intimità e insegnamento; come detto sopra, il genitore allenatore, una volta colta l’emozione negativa del figlio – di paura, di rabbia o di tristezza – predispone il suo cuore all’allenamento emotivo, cogliendo quel momento come fondamentale per applicare le sue doti di genitore.
  3. La terza è la fase dell’ascoltare con empatia il figlio e convalidare i sentimenti del bambino: il genitore, avvicinandosi al figlio, deve aiutarlo a dare un nome alla sua emozione; può usare espressioni del tipo ‘vedo che c’è qualcosa che ti preoccupa… sei triste? O sei arrabbiato…?’.
  4. La quarta è la fase dell’aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova. Una volta che il figlio risponde ad esempio di essere arrabbiato, il genitore allenatore dovrebbe essere bravo a restituirgli questa emozione cercando di portare il figlio a spiegare i motivi del suo sentire: ‘Puoi dirmi perché sei arrabbiato? Forse perché ecc…’, per poi dirgli: ‘ti capisco, anche io al tuo posto sarei arrabbiato’.
  5. La quinta è la fase del porre dei limiti, mentre si aiuta il bambino a risolvere il problema: questa è forse la fase più difficile perché il genitore allenatore deve essere in grado di far capire al bambino che tutti i suoi sentimenti, le sue emozioni e i suoi desideri sono accettati, ma non tutti i suoi comportamenti: in altre parole il bambino deve capire che è accettato in tutto quello che sente, ma non necessariamente in tutto quello che fa. Mettiamo che due fratelli litighino per un gioco: uno dei due si appropria del giocattolo di suo fratello. Allora il legittimo proprietario si arrabbia, strappa di mano il giochino al fratello ed alza le mani contro di lui offendendolo in modo brusco. Il genitore allenatore deve intervenire parlando con il bambino che è stato aggressivo, meglio se da soli. Una volta soli, percorrendo le fasi dette sopra, il genitore può chiedere al bambino perché si è arrabbiato tanto e una volta ottenuta la risposta che è arrabbiato perché geloso del gioco, allora può dirgli ‘capisco che sei geloso del tuo gioco, del resto è il tuo e tuo fratello lo voleva per sé; anche io mi sarei arrabbiato; tuttavia non va bene che tu alzi le mani su di lui dicendogli queste cose brutte’. In questo modo il bambino, sentitosi compreso nella sua gelosia da parte del genitore, sarà più incline a tornare dal fratellino e trovare da solo un modo per risolvere il suo piccolo ma per lui ‘grande’ problema del gioco. Magari scopre che chiedendo scusa al fratello e dicendo le cose in modo meno aggressivo, può riavere indietro il suo amato giochino. Ovviamente, se il bambino ha difficoltà a trovare da solo una strategia di soluzione adeguata alla situazione, perché troppo piccolo o troppo in preda all’emozione, il genitore può intervenire suggerendo la soluzione: ‘senza alzare le mani, cosa potresti fare per riavere il tuo gioco? Prova a chiedere scusa e a chiedere il gioco per favore…’.

L’allenamento emotivo, nelle sue cinque fasi, può non essere sempre facile da mettere in atto, soprattutto quando i genitori sono stanchi, privi di energia dopo una dura giornata di lavoro. A volte è più facile punire e mettere a tacere senza scendere al livello dei figli o lasciare che i figli facciano tutto ciò che vogliono, lasciandoli in preda alle loro emozioni. Tuttavia esorto tutti i genitori a provare, quando sono ben disposti, a mettere in pratica questo allenamento con i loro figli perché risulta davvero importante per la loro crescita e la loro serenità. L’allenamento emotivo, infatti, è in grado di offrire ai ragazzi la prima importante difesa nei confronti di traumi che possono accadere nella vita, come conflitti familiari, divorzi e perdite, preservandoli da tutti quegli effetti negativi ormai noti che tendono a manifestarsi in simili occasioni, quali il fallimento scolastico, l’aggressività e i problemi con i coetanei.

Concludo con le parole dello stesso John Gottman:

Prendere sul serio le emozioni dei bambini richiede empatia, notevoli capacità di ascolto e il desiderio di vedere le cose dalla loro prospettiva’.

Ilaria Artusi
L'autrice: Ilaria Artusi
Psicologa e psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Breve Strategica, training autogeno ed autoipnosi. Svolgo attività di consulenza clinica, sostegno psicologico e psicoterapia rivolta al singolo, alla coppia e alla famiglia. Tengo cicli di incontri di divulgazione psicologica rivolti a un pubblico di non specialisti.

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