Nessuno… come il mio papà!

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Il ruolo cruciale del padre nella crescita dei figli

 

Nel precedente articolo abbiamo affrontato l’importanza, da parte dei genitori, di educare i figli alle emozioni, insegnando loro come riconoscerle e di conseguenza come meglio gestirle. Questo articolo sarà un po’ una prosecuzione di quello, dove tuttavia, questa volta, l’attenzione sarà posta principalmente sulla figura del padre e sul fondamentale ruolo che quest’ultimo ha nella crescita dei figli.

Il padre, da sempre figura forte e protettiva della famiglia, prima e ultima voce da ascoltare e da seguire per un figlio, sembra purtroppo aver perso, in questi ultimi anni, molta della sua autorità e solidità; complice di questo cambiamento, una società sempre più permissiva e democratica che è andata gradualmente sostituendosi alla vecchia più autoritaria e patriarcale. Se da una parte questo passaggio è stato necessario e per molti versi vantaggioso, dall’altro porta dietro di sé dei rischi apparentemente invisibili ma il cui prezzo viene spesso pagato dai figli stessi, mancanti di quella guida sicura e stabile di cui hanno bisogno per crescere sereni e forti.

In effetti, quello che sto riscontrando nella mia pratica professionale, è una richiesta di aiuto sempre più ‘al maschile’: a differenza di qualche anno fa in cui venivo contattata prevalentemente da pazienti di sesso femminile, ultimamente sono più gli uomini sui trenta – quarant’anni, spesso sposati e padri di famiglia, che si rivolgono a me in piena crisi esistenziale. La maggior parte di loro non ha alcun problema che si possa diagnosticare come ‘disturbo psicologico’, quanto grosse difficoltà in ambito relazionale e nella gestione delle relazioni. Sono uomini spesso confusi, annoiati, con un umore spesso depresso ma soprattutto incerti e insicuri; oppure, al contrario, in piena ribellione adolescenziale con la voglia di divertirsi e di rischiare, quasi indifferenti nei confronti delle conseguenze che questo potrebbe generare nelle loro relazioni, matrimoniali e genitoriali.

La facilità con la quale oggi le famiglie si separano, lascia spesso le madri e i padri a gestire da soli i loro figli; in questo compito la madre sembra essere avvantaggiata. Vuoi perché la natura materna è più incline ad ‘allevare la prole’; vuoi perché la maggiore sensibilità femminile rende le madri più in grado di ascoltare e comprendere le proprie emozioni, e quindi ad essere più empatiche nei confronti dei figli; oppure vuoi perché per cultura si associa l’uomo alla parte forte ed emotivamente impenetrabile per cui può esserci un certo pudore da parte degli uomini ad esprimere sentimenti ed emozioni. Resta il fatto che, per come è cambiata la società, se prima il ruolo del padre era prevalentemente quello di sostenere economicamente la famiglia con il duro lavoro, ora deve farsi carico anche della gestione del mondo emotivo del figlio che prima, in effetti, era compito più che altro delle madri. Ecco perché gli uomini, i padri soprattutto, si trovano sempre più in difficoltà da un punto di vista psicologico e chiedono, giustamente aggiungo, aiuto: perché hanno a che fare con qualcosa di nuovo per loro, qualcosa che devono conoscere bene e imparare a gestire loro per primi, prima di insegnarlo ai loro figli. Devono cioè essere uomini che sappiano ascoltarsi, sappiano capire che cosa provano, che non abbiano paura di sentirsi fragili o contrastati, incerti o impauriti, oppure arrabbiati o delusi. Ammettere le proprie fragilità è solo un punto di forza ed è il primo grande insegnamento da dare ai propri figli, per arrivare a creare con loro un legame che sia davvero stabile e basato sulla reciproca fiducia.

Le ricerche in ambito psicologico dimostrano ormai con certezza che un figlio con un padre assente da un punto di vista emotivo, che cioè non si interessa di ciò che il figlio prova e sente, in particolar modo nei momenti di difficoltà, ma soprattutto con un padre che non parla dei suoi sentimenti e non si pone come guida emotiva partendo prima di ogni altra cosa dalla sua esperienza personale, sarà un ragazzo con più difficoltà – come scrive lo psicologo John Gottman – “nel trovare un equilibrio tra la capacità maschile di affermarsi e il sapersi tenere a freno. Di conseguenza sarà più difficile per lui imparare l’autocontrollo e rimandare la gratificazione, capacità che diventano sempre più importanti quando i ragazzi crescono e cercano di conquistare amicizie, successo scolastico e risultati professionali. E’ inoltre evidente che le ragazze che possono contare su padri presenti emotivamente e coinvolti nella loro vita, hanno minore probabilità di abbandonarsi alla promiscuità sessuale in giovane età e, una volta diventate adulte, è più facile che costruiscano con gli uomini rapporti sani”.

Il mio consiglio, quindi, per tutti i padri che mi stanno leggendo, è quello di cercare di stare vicino il più possibile ai figli, non solo fisicamente ma anche emotivamente: prendetevi cura del figlio a partire dalla gravidanza; restate in sintonia con i bisogni quotidiani di vostro figlio durante la crescita; costruite un equilibrio tra casa e lavoro; restate coinvolti nella vita di vostro figlio a prescindere dalla vostra condizione matrimoniale. Non sono necessarie grandi cose, bastano piccoli gesti che però avranno un valore inestimabile.

Ma soprattutto, se vi sentite inadeguati o confusi, impauriti o arresi, non vergognatevi di chiedere aiuto: può essere ad un amico, ad un parente o ad una figura professionale; la cosa fondamentale è che non vi lasciate da soli.

Non dimenticate che: Ogni uomo può essere padre. Ci vuole una persona speciale per essere ‘papà’.

Ilaria Artusi
L'autrice: Ilaria Artusi
Psicologa e psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Breve Strategica, training autogeno ed autoipnosi. Svolgo attività di consulenza clinica, sostegno psicologico e psicoterapia rivolta al singolo, alla coppia e alla famiglia. Tengo cicli di incontri di divulgazione psicologica rivolti a un pubblico di non specialisti.

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