Intelligenza sociale

Usare l’ Intelligenza sociale per farci guidare nella scelta dei regali

Il Natale è alle porte e come ogni anno la sfrenata corsa agli acquisti. E’ ormai evidente che questo periodo, anziché essere piacevole perché di festa e di vacanza, è diventato per tutti noi uno dei momenti più stressanti dell’anno. E il motivo, principalmente, è che siamo quasi ‘obbligati’ a fare ciò che, forse, spontaneamente non avremmo desiderio di fare o quanto meno non proprio in quel giorno. Mi riferisco alla difficile scelta dei regali: ai figli, alla moglie, al marito, ai genitori, ai fratelli, ai nonni, ai cugini, agli amici più intimi, ai colleghi… insomma a tutti quelli che ci stanno a cuore. E il tutto si complica, vista anche la ristrettezza economica che molti di noi si trovano a vivere. Quindi l’idea è: pensare a tutti ma spendendo il meno possibile… impresa ardua alla quale, però, alla fine nessuno, o quasi, vuole rinunciare. Ma lasciatemi fare una riflessione proprio su questo delicato argomento: cioè quello del dono. Cosa significa donare? E come essere sicuri che il mio ‘dono’ sia veramente per l’altro e calzi alla sua personalità piuttosto che essere una proiezione di ciò che in realtà io stesso avrei desiderato? E infine: siamo sicuri che in una società segnata da un accentuato individualismo, come è la nostra, ci sia ancora posto per l’ ‘arte di donare’?
Andrò per ordine, cercando di dare una risposta a queste tre grandi domande.
Donare significa dare spontaneamente e liberamente all’altro perché il mio dono lo renda più felice; si tratta di una vera e propria arte, che è sempre stata difficile: l’essere umano ne è capace perché è capace di rapporto con l’altro, ma resta vero che questo ‘donare se stessi’ – perché di questo si tratta e non solo di dare ciò che si ha, che si possiede – richiede una considerazione profonda dell’altro. E qui rispondo alla seconda domanda: perché il mio dono sia veramente apprezzato da chi lo riceve deve essere fatto con ‘intelligenza sociale’, cioè con quella nostra capacità di percepire e comprendere l’altra persona nei suoi sentimenti e nei suoi pensieri più profondi. Nel donare si deve pensare all’altro, si deve capire che cosa lo renderebbe felice, sia che si tratti di riconoscerne una vicinanza con quello che noi stessi siamo, sia accettandone la diversità, se così fosse. Dobbiamo pensare che donare è, innanzitutto, comunicare. E così l’altro può sentirsi in imbarazzo ricevendo un regalo troppo costoso e impegnativo, se è una persona semplice, perché afferma la nostra superiorità nei suoi confronti e può metterlo in difficoltà perché incapace di contraccambiare; oppure l’altro può non apprezzare il nostro dono perché non rispecchia quelle che sono le sue attitudini, facendolo sentire lontano da ciò che noi abbiamo visto di lui o, ancor peggio, da ciò che noi vorremmo che lui fosse – basti pensare ad una madre che regalando una cravatta ad un figlio che non ama vestirsi elegantemente gli comunica ‘ti vorrei così, diverso da quello che sei’. Oppure ancora può capitare, spinti dal nostro profondo egocentrismo, di regalare ciò che in realtà vorremmo ricevere, ‘dimenticandoci’ totalmente dell’altra persona. Saper donare, quindi, non è semplice: è un’arte che forse, in una società individualista come la nostra, per certi versi egoista e narcisistica, stiamo realmente disimparando – e qui rispondo alla terza domanda –. E’ anche vero, però, che, come scrive Daniel Goleman, ‘il cervello è, per sua natura, socievole e le emozioni sono contagiose come un virus’; si tratta in altre parole di allenare, nel tempo, la nostra intelligenza emotiva e sociale ad una autentica comprensione dell’altro: perché solo in questo modo possiamo vivere con pienezza tutti quei rapporti personali e affettivi che istauriamo nella nostra vita.

Ilaria Artusi
L'autrice: Ilaria Artusi
Psicologa e psicoterapeuta specializzata in Psicoterapia Breve Strategica, training autogeno ed autoipnosi. Svolgo attività di consulenza clinica, sostegno psicologico e psicoterapia rivolta al singolo, alla coppia e alla famiglia. Tengo cicli di incontri di divulgazione psicologica rivolti a un pubblico di non specialisti.

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